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Pesaro – Teatro Rossini: Il viaggio a Reims

Il Rossini Opera Festival anche quest’anno, a corredo della prestigiosa Accademia per le giovani voci rossiniane, propone il Viaggio a Reims nell’ormai storico allestimento di Emilio Sagi, giunto alla ventesima edizione consecutiva.

Sull’allestimento di Sagi è stato detto già tanto, ma non è pleonastico aggiungere che il trascorrere del tempo non sembra riesca a scalfire la vitalità intrinseca di questa produzione; anzi, pare conferirgli una sorta di aura che ci dà la sensazione di essere di fronte ad un vero e proprio classico. L’efficacia dell’allestimento risiede da una parte nella sua semplicità assoluta e dall’altra in una sua cifra estetica che si declina in una singolare metatemporalità dei nostri tempi assai congeniale al dispositivo rossiniano. Lo spirito di questo semplice allestimento coglie il cuore del Viaggio a Reims che è commedia umana stilizzata di caratteri e stati morali piuttosto che una storia o racconto di fatti che di per sé sono inesistenti.

La cornice registica e scenica di Sagi asseconda la vera anima del Viaggio a Reims che consiste in un’assoluta prevalenza del musicale e del vocale sul teatrale, non limitandosi però ad essere sfondo ma “volendo” esserlo con una delicatezza rispettosa di tale gerarchia e suscitando sempre un sorriso composto ed elegante.

Il parterre vocale di questo anno si conferma abbastanza interessante nel suo insieme con punte di eccezione che fanno ben sperare in un necessario e auspicabile ricambio generazionale dei futuri specialisti rossiniani.

L’idea generale che ne è sortita è quella che i giovani artisti non sembrino trovare sempre una giusta quadra nel cogliere ciò che è nascosto nella sintassi non solo vocale ma anche registica, parendo fin troppo preoccupati dell’emissione vocale a detrimento dei significanti e di una semantica complessiva ragionata. Si ravvisa una tendenza diffusa ad una superficialità dell’approfondimento interpretativo e tecnico che di conseguenza si riflette su una modalità di canto troppo realistica. Resta però assodato che non aiuta di certo lo stato d’animo dei giovani debuttanti, in una cornice prestigiosa come quella del Rof (soprattutto perché chi scrive lo ha provato in prima persona proprio durante la prima edizione di questo Viaggio) e quindi si prendano queste righe come un incoraggiamento a migliorare e non come una critica fine a sé stessa.

Un plauso speciale va alle performance dei tre giovani che hanno interpretato i ruoli di Lord Sidney, Marchesa Melibea e Conte Libenskof. Giorgi Manoshvili (Lord Sidney) ha una voce di basso che emerge sul gruppo per bellezza timbrica, penetranza e proiezione, omogeneità, consapevole sui cambi di registro, saldo in acuto e dotato di attorialità e buona fisicità; siamo convinti che se avrà modo di irrobustirsi sempre di più nell’approfondimento rigoroso del fraseggio potrà di diritto annoverarsi tra le nuove leve rossiniane. La marchesa Melibea di Anna-Doris Capitelli spicca anch’essa in maniera evidente su tutti: la sua è una voce che definiremo sontuosa per armonici, volume e soprattutto per la padronanza con cui si destreggia nella difficile coloratura di forza della parte che mette alla prova qualsiasi mezzosoprano; auspichiamo solo che possa mitigare certe aperture eccessive nel registro di petto. L’arduo ruolo di Libenskof è stato affidato al tenore cinese Chuan Wang che, seppur con una voce di tenore di grazia, ci restituisce questo personaggio con spavalderia e consapevolezza tecnica e interpretativa non comune, sicurezza nella zona acuta, colorature impeccabili e un uso del sostegno dei suoni molto efficace che conferisce alla sua voce squillo e brillantezza.

Complessivamente positiva anche la prova degli altri cantanti: la Madama Cortese di Annya Pinto ha un timbro interessante e un colore vocale non consueto ma talvolta la sua emissione è troppo “di gola” e ciò rende la sua resa meno incisiva di come potrebbe, anche se regge la parte assai impervia con colorature discrete. Haewon Lee disegna una solida e simpatica Contessa di Folleville dal timbro lirico leggero piacevole, svettante in acuto e salda nella colorature anche se nel complesso la sua è una resa piuttosto scolastica. Alberto Robert nel ruolo di Belfiore è credibile per una certa giovanile innocenza assai ben tratteggiata, anche se possiede voce molto esile dalla persistente emissione gutturale e con colorature non chiare. Buona la prova di Francesco Samuele Venuti, un Don profondo dalla grande schiettezza comunicativa; il timbro è molto interessante e anche la verve comica, unita ad una buona sicurezza tecnica. Yuri Hazdetskyy è un credibile Barone Trombonok con timbro bello e una corretta emissione vocale sul fiato e ben strutturata. Ramiro Maturana nel ruolo di Don Alvaro ci dimostra di possedere una voce importante per colore e risonanza vocale ma rimane sempre vittima di un certo declamato stentoreo e della ricerca di effetti di volume che paiono perdere di vista i criteri dell’estetica vocale rossiniana. Iolanda Massimo è sicuramente una Corinna di buon livello; l’artista è dotata di una indubbia bellezza timbrica e discreto legato ma auspichiamo che possa migliorare nel registro acuto, talvolta rigido e teso, nella morbidezza dell’emissione e nel necessario scavo interpretativo che talvolta ha reso il suo fraseggio monocorde. Ottima voce quella di Ignazio Melnikas nel ruolo di Don Prudenzio.

Convincenti tutti gli altri interpreti: il Don Luigino di Valery Makarov, la Delia di Pelageya Kurennaya, Javiera Saavedra come Maddalena e Jade Phoenix come Modestina, il Zefirino/Gelsomino di Theodore Browne, Lorenzo Liberali nel ruolo di Antonio.

La direzione musicale è affidata al giovane direttore d’orchestra Luca Ballabio, alla testa di un’ottima Orchestra Rossini di Pesaro, che mostra di padroneggiare la difficile partitura rossiniana con sonorità piene, omogeneità tra i settori e ricchezze dinamiche. Luca Ballabio è un talento direttoriale e lo dimostra non solo per la padronanza nella coordinazione della complessità del tutto ma anche per una sua lettura profonda della partitura che si declina in una ricchezza polisemica del fraseggio, delle dinamiche e delle agogiche; inoltre il giovane direttore possiede il senso e la tenuta logica dello stacco dei tempi sempre in linea con una lettura rossiniana che valorizza al contempo un côté meditativo e un altro più dionisiaco senza perdere la centralità del rapporto con la scena. Con queste premesse ci sono tutte le carte in regola per entrare nel novero dei talentuosi giovani direttori d’orchestra, nella speranza che possa affrontare presto altri titoli di Rossini.

Al termine dello spettacolo applausi per tutti.

La recensione si riferisce alla prima andata in scena il 15 agosto 2021.

Giovanni Botta Tenore

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