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Pesaro: Teatro Rossini – Il Barbiere di Siviglia (streaming)

Il 25 novembre 2020 il Rossini Opera Festival, dopo la serata del 15 novembre in cui hanno brillato la preziosità del Miserere e della Messa di Milano, porta all’inconsueta ribalta streaming del Teatro Rossini una ripresa del Barbiere di Siviglia del 2018 firmata da Pierluigi Pizzi.

Prima di addentrarci nella disamina della serata è quanto mai essenziale volgere un corale ringraziamento al Rof che con pervicacia e passione ha preservato dalle ormai note cancellazioni questa speciale edizione autunnale del Festival, dimostrando che nella gestione di impresa culturale non esiste solo il mero profitto, ma anche il valore simbolico del Teatro Musicale e il correlato valore umano delle sue maestranze e dei suoi artisti che, in tale frangente gravoso della pandemia, sono vittime della calamità ma anche attori efficaci di una ripresa morale e spirituale dal trauma collettivo del Covid.

Non poteva essere altra opera se non il Barbiere di Siviglia quella che meglio sa penetrare nelle maglie strette della nostra anima affranta per aprirla all’inesprimibile desiderio di gioia e di risonanze emotive.

Il Barbiere, per una codifica erronea e retriva, sembra una mera opera buffa nel solco dei pur nobilissimi operisti della scuola napoletana, mentre invece è commedia umana e morale profondissima, la cui multiforme e polisemica drammaturgia, unita alla vis della musica del pesarese, la fa essere contenitore di archetipi, di sentimenti, di valori metafisici.

Il Barbiere di Siviglia, che si avvale del sovversivo libretto Beaumerchais – Sterbini, non è però solo una commedia di antitesi dialettiche tra il conservatorismo nobiliare, la fresca baldanza di una borghesia in ascesa (Figaro) e una giovanile rimodulazione anarchica delle forme consuete dell’agire sociale (Almaviva – Rosina), ma per certi aspetti è un’opera seria in cui è in gioco la nobiltà delle forme dell’umano e della trascendenza dell’accadere.

Michele Spotti, accreditato e ormai lanciatissimo giovane direttore d’orchestra, non nuovo per il pubblico pesarese, fornisce fin dagli esordi una lettura dionisiaca, tensiva, accarezzando l’idea di una follia magmatica sottesa al discorso musicale, e lo fa anche attraverso una ricerca di compattezza e omogeneità sonora. Forse il direttore avrebbe potuto sfruttare meglio il registro espressivo più intimo e umano dei solisti, mentre dobbiamo riconoscergli riuscitissimi stacchi di dinamiche nel quintetto, nel finale primo, nel terzetto e una deflessione temporale ad uso espressivo nella canzone di Rosina (fino a renderla soporifera ed ipnotica) davvero originale. Nel complesso Spotti dimostra di essere un talento e un promettente rossiniano.

La direzione di Spotti è coadiuvata dalla resa davvero soddisfacente dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini e della lodevole prova del Coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina.

La messa in scena di Pierluigi Pizzi si declina sui registri dell’eleganza assoluta, del chiaroscuro, della giustapposizione primaria del bianco e nero (tranne poche altre macchie cromatiche), delle forme classiche di due palazzi prospicienti con balconata annessa e una casa di Rosina che pare alludere ad un dehors che che conferisce spazialità e prospettiva alla ben consueta claustralità della stereotipata casa di Bartolo. Pizzi, che ha debuttato in quest’opera nel 2018, dimostra di essere uno dei più grandi registi rossiniani per aver davvero compreso l’essenza della sua grammatica musicale, il cui grado di asemanticità è sì da una parte aperta all’estro e alla verve creativa, ma anche chiusa a manomissioni stereotipate e ingerenze grossolane e di dubbia eleganza. Le luci di Massimo Gasparon, poi, suggellano una produzione davvero da preservare nel tempo come un classico moderno del capolavoro rossiniano.

Juan Francisco Gatell sembra davvero a suo agio nei panni del conte d’Almaviva, disegnando un personaggio assai nobile, elegante, serio e distinto, pur nel suo indiscutibile vitalismo eversivo. La sua voce è morbida, le colorature sono pulite e i recitativi assai curati, così come le sue intenzioni sceniche e una sua comicità discreta. Gatell si pone, senza dubbio, nell’alveo di un’interpretazione che ricorda tenori come Luigi Alva o Alvinio Misciano, che ripongono nel porgere amoroso del canto la cifra caratterizzante di questo ruolo. Gatell dimostra anche di saper gestire al contempo l’arditezza funambolica delle roulades del rondò finale, magari meno svettanti e salde in acuto rispetto ad altri tenori che hanno reso celebre questo ruolo, ma non per questo meno efficaci.

Rosina è Aya Wakizono, anch’essa non nuova per il pubblico pesarese. La sua voce disegna una Rosina davvero significativa per il pieno controllo della tessitura che le permette così un certo piglio spavaldo e sicuro in acuto. Wakizono è anche attrice credibile e simpatica; anch’essa, come il tenore, dimostra di possedere un gradiente di aristocrazia ed eleganza che pare riscattare la sua arditezza sentimentale e la sua resa ad un amore proibito.

Wakizono e Gatell incarnano due personaggi con le loro relative risonanze sentimentali e umanissime, anche se il loro canto non è realistico, teso al mero effetto vocale, ma a quello più trasfigurato e stilizzato e lo dimostra la loro perizia tecnica che è mezzo elettivo in Rossini per significare il suo coté metafisico e il suo potente comique absolu.

Carlo Lepore veste i panni di Don Bartolo e dall’alto della sua prestigiosa carriera e della sua esperienza rossiniana non indulge in caratterizzazioni forzose e caricaturali ma ci offre la possibilità di guardare al tratto intimista e umano di don Bartolo, in fondo vittima e non solo macchietta carnefice e oppressiva di dinamiche sociali che si consumano nella sua turbolenta Siviglia. Lepore ha dalla sua autorevolezza vocale e timbrica ricca e morbidissima, unita ad un passaggio di registro perfetto, un canto sillabato (punto di forza della scrittura vocale di Bartolo) da manuale che pone al servizio della verità intima di Don Bartolo. Un don Bartolo asciutto, serio, provato; anche l’uso della r moscia, ad ostentare un lignaggio ormai agli sgoccioli, non ci stimola una risata epidermica e grassa, ma un sorriso disincantato che sa anche volgersi sulle ferite di questo personaggio sempre bistrattato dal macchiettismo becero. Una lezione di stile e di canto anche per le nuove generazioni.

Don Basilio è interpretato da Michele Pertusi che, come il suo collega Lepore, trascende la semplicistica vulgata di un don Basilio pretucolo, maestrino, manierato, fino a farlo assurgere al rango dell’universale morale del Male e delle sue sfaccettature multiple dell’avarizia e della cupidigia sfrontata, di cui non c’è nulla da ridere. La voce di Pertusi è saldissima, piena, ricca di armonici, con un registro centrale curatissimo e acuti a gola aperta, il tutto in un’emissione fluida e naturale che fa impallidire certe impostazioni di giovani bassi alle prese con oscuramenti e artifici deteriori. Anche lui, come Lepore, assume un vezzo balbuziente nei recitativi che si armonizza al tipo morale di Don Basilio e che è lungi da essere mero espediente ridanciano. Anche la sua è a tutti gli effetti una lezione di stile rossiniano; Pertusi si conferma, anche se ormai avvezzo ad altri repertori, uno dei bassi che ha saputo metabolizzare in pieno il lascito della Rossini renaissance di cui è stato protagonista assoluto fin dai primi anni Novanta.

Berta è Elena Zilio che conserva, nonostante l’età, una capacità di penetrazione vocale e interpretativa davvero aderente al personaggio, senza per questo cedere alle lusinghe della facilità caricaturale, tratteggiando una Berta che si lascia andare alla forza pulsionale che non ha davvero età, umanissima e realissima nel suo tipo umano.

Ottima la prova di William Corò nei panni di Fiorello/Ufficiale e simpatico l’Ambrogio di Armando de Ceccon.

Lasciamo per ultimo il Figaro di Iurii Samoilov già alla sua terza presenza al Rof. Il baritono è dotato di un indubbio talento vocale, anche se talvolta la voce è spinta e disomogenea. Dal punto di vista dell’interpretazione Samoilov si accontenta di disegnare un Figaro che indulge su crinali cabarettistici, spesso trascendendo nella trivialità. Un Figaro bullo di periferia, tronfio, fallico, lontano dalla sobria eleganza dei suoi colleghi di scena. Figaro è il simbolo della borghesia rampante e illuminata, della “gente nova”, ma l’impressione è che questo aspetto stenti ad essere compreso e rappresentato.

La resa dei recitativi degli interpreti si è avvalsa dell’apporto dell’esperto e veterano Richard Barker al cembalo e di Anselmo Pelliccioni al violoncello. Di livello la performance del chitarrista Eugenio della Chiara nelle prime due arie di Almaviva.

Alla fine abbiamo assistito ad uno spettacolo godibilissimo ed elegante che nonostante tutto centra il suo obiettivo di essere non una semplice riproposta di un capolavoro ormai consumato, ma una proposta di una sempiterna novità la cui ultramodernità è sempre pronta a dialogare con tutti noi.

La recensione si riferisce alla prima trasmessa in streaming il 25 novembre 2020.

Giovanni Botta Tenore

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