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Novara – Teatro Coccia: Rapimenti d’amore di Cristian Carrara

Domenica 21 novembre il Teatro Coccia di Novara ha portato in scena Rapimenti d’amore di Cristian Carrara, nel solco di un filone produttivo, assai fecondo, incentrato sulla committenza di opere nuove.

L’opera di Carrara, scritta in occasione del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, possiede una pregevole fattura compositiva che potremo definire classica nel suo impianto tonale generale, ma anche polivoca per la compresenza di forme. L’opera presenta una singolare commistione stilistica che ondeggia tra una conduzione declamativa e un riecheggiamento di stili trecenteschi, per poi virare su oasi più strettamente melodiche e spianate.

Carrara lavora su un libretto geniale del poeta Davide Rondoni, ed è su tale legame che vanno comprese le sue scelte formali e sintattiche atte infatti a sottolineare i nuclei semantici del libretto che si configura come poematico e perciò già di per sé molto musicale.

Rondoni non celebra il genio dantesco a partire da uno scontato panegirico del poeta, ma dal contesto sociale, contrassegnato da un matrimonio combinato, faide, fazioni, amori, scontri e tenzoni come quelle tra Dante e Guido Cavalcanti, centrando in questo il cuore della poetica dantesca, che se da una parte prende origine da una resistenza esistenziale con il mondo che lo circonda e da una concreta diatriba poetico-culturale con il suo amico Guido Cavalcanti (ottima la scelta di proiettare sul fondo l’incisione di una tenzone che inaugura la rottura tra i due “Guido io vorrei che io, Lapo e tu” che poi si evincerà in rottura in “Donna me prega”), dall’altra parte da una ferita ontologica del Poeta inferta dall’amore ed dalla morte di Beatrice, che a ragione compare in controfigura perennemente nell’opera.

Il libretto evoca un itinerario dantesco attraverso un crollo imminente di un ethos e di un ideale del sapere pienamente medioevale, che costringe Dante ad immergersi nella prosaicità e i traumi del vivere con una discesa che prelude alla risalita del viaggio della Divina Commedia attraverso il medium della teologia naturale emblematizzato da Beatrice.

La regia e le scene di Andrea Chiodi semplici, neoclassiche, con elementi movibili, fondali con ottime ed icastiche scelte proiettive portano con sé ambientazioni trecentesche totalmente trasfigurate, traslando tutto in una cornice di onirico candore cromatico, che è poi la cifra del viaggio dantesco che principia dalla luce della grazia che salva il poeta dalla crisi e dalla sua personale (ma anche storica) “selva oscura”. I pregevoli costumi di Ilaria Ariemme sono perfettamente allineati ad una rievocazione storica aderentissima ma nello stesso tempo simbolica, che sortisce un effetto complessivo di rasserenato realismo.

Il parterre dei cantanti era pregevole, a cominciare da Sonia Prina, che con la sua brunitura vocale e una linea ben governata dà vita al personaggio di Fosca, martire di un congegno sociale che non riconosce la potenza dell’amore, e lo fa con un pathos intimo che permea costantemente la sua interpretazione.

Il Dante di Enrico Marabelli è sicuramente il protagonista di nome e di fatto della produzione, e non solo per la sua vocalità generosa, salda nella tecnica, ma anche per una sua aderenza costante al personaggio, mai posticcio o affettato, che sa tratteggiare un Dante tormentato ma anche fiero ed audace condottiero di una riforma che prima che poetica è civile, politica e religiosa (pensiamo all’influenza del realismo e della spiritualità francescana sul poeta).

La prova di Lorenzo Izzo nel ruolo di Cavalcanti convince a tratti per la sua voce ancora non pienamente a fuoco nell’emissione e nella proiezione, fattori che precludono alcune potenzialità espressive del ruolo in oggetto, che più che amico-nemico si configura come un mondo altro che si fronteggia con quello del poeta.

Matteo d’Apolito nel ruolo di padre di Fosca convince in pieno per bellezza vocale e padronanza di emissione, ma anche per l’espressività convincente nel difficile ruolo antagonistico a quello del sommo poeta che fa il paio con Cavalcanti.

Discreta la prova del controtenore Ettore Agati nel ruolo di Simone per incertezze complessive nel registro acuto e per una algida freddezza scenica priva di sottolineature espressive.

I ruoli del Padre di Duccio e Beatrice, rispettivamente ricoperti da Antonio de Gobbi e Chiara Valli sono risultati efficaci e molto validi.

Mariano Orozco (Randazzo) pur dotato di una buona voce di basso non riesce ancora a gestire una corretta omogeneità di registri e di emissione che risulta a tratti svuotata (soprattutto nel registro grave) per poi eccedere in altri settori della tessitura. In aggiunta il suo personaggio è disegnato con troppo realismo vocale ed attoriale e fin troppo volgare per la tenuta della coerenza dell’impianto complessivo dell’opera di Carrara.

Veronica Niccolini (la serva) è ancora acerba e debole per uno spazio teatrale come il Coccia. Siamo però sicuri che con il tempo potrà emendare alcune lacune dell’assetto vocale.

Ottima come sempre la prova dell’Orchestra del Teatro Coccia guidata dalla mano esperta di Matteo Beltrami che, al netto della sua conclamata professionalità, sembra non sia riuscito a cogliere pienamente la profondità dell’opera, lasciandoci l’impressione di un’esecuzione che non abbia reso pienamente ragione della bellezza di questo omaggio poetico in musica di Carrara. Un vero peccato.

Il pubblico della serata non riempiva tutto il teatro, anche se con grande piacere abbiamo ravvisato un folto numero di giovani tra cui molti studenti del conservatorio Cantelli; tale dato non è segnale di un presunto distacco del pubblico novarese ma forza e valore aggiunto.

Il Teatro Coccia porta avanti, infatti, una fattiva e non retorica rivitalizzazione dell’opera attraverso una mobilitazione di valenti compositori e committenze nuove, la scuola di composizione, il coinvolgimento di scuole, il reclutamento di forme innovative come le opere in streaming in tempi di pandemia (solo per citarne alcuni), occhieggiando così al nuovo pubblico con il piglio sicuro di chi sa che da sempre l’opera è stata contemporanea dei contemporanei e che solo salvaguardando tale postura estetica potrà garantirne il suo futuro e la sua stessa sopravvivenza.

La recensione si riferisce alla recita del 21 novembre 2021.

Giovanni Botta

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