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Čajkovskij

Novara – Teatro Coccia: Omaggio a Čajkovskij

Il Centro studi Fratelli Olivieri, in collaborazione con il Conservatorio “Guido Cantelli” di Novara e l’Orchestra sinfonica “Carlo Coccia”, è artefice di un concerto che è molto di più che un mero omaggio alla grandezza del genio di Čajkovskij. L’evento trae la sua intima ragion d’essere nella fattiva promozione dei giovani musicisti novaresi e con l’intento di devolvere interamente l’incasso per la riqualificazione dei camerini del Teatro Coccia.
La serata ha salutato con gratitudine due opere emblematiche della produzione del compositore costituiti dalle celebri “Variazioni su un tema rococò” del 1876 e la magnificente “Quinta sinfonia” del 1888.
La prima delle suddette opere è affidata al talento puro della giovanissima Christiana Coppola; la violoncellista diciassettenne (diplomanda al Conservatorio Cantelli) vanta già un’esperienza concertistica contrappuntata da molteplici riconoscimenti ufficiali.
Coppola possiede, a dispetto della giovane età, una grande padronanza dello strumento, che domina con perizia non solo tecnica ma anche espressiva. La violoncellista conosce e attualizza la capacità di virtuosismo e la potenzialità inesauribile del violoncello richieste dalle ardue “Variazioni rococò”, e con baldanza sbalorditiva tiene testa alla complessità diffusa dell’opera che oscilla tra una scrittura virtuosistica una intimamente espressiva, la cui dimensione significativa è di difficile intendimento per molti.
Coppola infatti, complice anche la sapiente direzione di Andrea Cappelleri, intuisce il cuore nascosto della poetica del pezzo, la sua cifra più semantica oltre quell’apparente e più scontato coté virtuosistico di un presunto pastiche stilistico o mero esercizio di stile. Le “Variazioni” rivelano così la loro natura di microcosmo dell’anima di Čajkovskij, una sorta di punto di fuga retrospettivo verso un altrove di mozartiana e galante memoria che non è mai sterile nostalgia, ma ricerca di verità e bellezza, oltre che di formale struttura, chiarezza e integrità. In quel mondo ideale a cui tende Čajkovskij, a farla da padrone sono il virtuosismo esecutivo inteso come virtù e Habitus, declinando attraverso l’astrattezza asementica delle variazioni quella specifica poetica dello stupore (cifra stilistica del barocco a cui questo pezzo occhieggia). La giovane solista, con pathos acuto, sottolinea altresì le parti più cantabili, elegiache e spianate della scrittura, come ad esempio la terza variazione, ma al contempo signoreggia le ardue ed ardite figurazioni fulminee, i passi a doppie corde, le roulades, gli arpeggi, le difficili transizioni modulanti dei passi cadenzali (pensiamo alla sesta variazione o alle acrobazie sonore della ottava) senza però dimenticare la cifra quintessenziale delle “Variazioni”, il cui ubi consistam risiede in un continuo ed indefesso dialogo con l’orchestra, che impreziosisce con i suoi apporti coloristici e strumentali il solismo del violoncello.
Nella “Quinta sinfonia” il direttore d’orchestra Andrea Cappelleri è riuscito a carpire un aspetto tra i molteplici che ne costituiscono il prisma iridescente e multiforme. Cappelleri, con una chiave esegetica singolarissima e potente, riesce nella non facile impresa di rendere questo classico perennemente nuovo nel suo accadere (come in realtà dovrebbe essere per ogni giusta lettura di un classico).
Cappelleri possiede grande visione di insieme; cura con dovizia l’ordito orchestrale ricavando costrutti coloristici e dinamiche preziose, amalgamandole ad una differenziazione agogica e di condotta del discorso musicale fino a costruire una vera a propria idea musicale che affiora e si configura progressivamente.
Pare evidente che l’ineluttabilità del Fatum, su cui lo stesso compositore si è dilungato a disquisire nei suoi appunti o carteggi, che campeggia nell’opera e con esso il volto oscuro ed implacabile di Ananke ceda il passo, dopo una guerra dialettica che il direttore conduce con tenacia, alle sferzate della “Speranza”, che informa tutta la concertazione del direttore.
Cappelleri si allinea dunque alla questione profonda che attraversa carsicamente tutta l’opera e in ultimo la stessa vita del compositore; il cuore di questa sinfonia è nel dualismo esasperato tra la forza della predestinazione e quella della consolazione della libertà e della fede (che è il vero dilemma kierkegaardiano in un cui il compositore è immerso biograficamente).
La ciclicità dell’idea ricorrente, tenuta dal clarinetto in La e poi in seguito dal fagotto, è non solo una iterazione tematica evocativa, ma possiede un significato recondito di incombenza di un mondo al collasso, un presagio di fine del tutto che porta con sé però una intrinseca attitudine al riscatto e una promessa di eternità liberante.
Cappelleri, complice un’orchestra in splendida forma, lavora con certosina perizia su tale nucleo tematico fondativo, portandone alla luce non il consueto significato disfattistico iper-romantico (non è il dolore del cieco fato a dare non senso al vivere), ma un intrinseco desiderio di luce e salvezza che si coglie appieno anche nella magniloquenza estatica dell’andante cantabile, vertice del sinfonismo čajkovskiano.
La direzione di Cappelleri è orientata dunque al grande ideale che si ricongiunge a quello della “Variazioni”: riaffermare e ridisegnare l’idea di un altrove che salva e che pare trovare la pienezza affermativa nelle impennate briose del finale, dove non a caso il tema del Fato ritorna in maggiore. È proprio in questo finale (a torto biasimato da Brahms) che la concertazione si infittisce fino a disegnare un percorso di senso compiuto dell’itinerario sonoro, dove il ritorno del tema nella lunga coda in Mi maggiore conduce ad un esito trionfale non solo del sinfonismo di Čajkovskij, ma di un’idea di redenzione e riscatto che fin dall’inizio la direzione di Cappelleri ha saputo preservare dalla corruzione dell’opposto.
L’Orchestra “Carlo Coccia” è una compagine davvero importante per resa complessiva e per la preparazione omogenea di tutti i suoi comparti (i fiati in questo concerto hanno offerto prova magistrale); questa orchestra coesa è capace di offrire una amalgama sonoro di primo ordine, a testimonianza di una tradizione orchestrale italiana ancora viva e vivacissima, capace di essere modello di italianità per suono, gusto ed espressività nella sua accezione più simbolica ed universale.
Trionfo meritato per la giovane Coppola e per Cappelleri, con ovazione prolungata a chiudere la serata.

La recensione si riferisce all’esecuzione del 27 ottobre 2021.

Giovanni Botta

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