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Milano – Teatro alla Scala: Recital di Jonas Kaufmann

Il 22 ottobre il Teatro alla Scala ci offre una rara possibilità di prendere parte ad un avvenimento che sortisce effetti e affetti indelebili sull’anima di chi ne prende parte. Jonas Kaufmann, coadiuvato dalla maestria di Helmut Deutsch, ha trasfigurato con vividi colori la prosa della vita in endecasillabi. Il tenore tedesco è la prova tangibile di quanto il genio artistico sovverta la dura e rigida convenzionalità dei paradigmi divenendo unico e ineguagliabile. Il recital eseguito ricalca fedelmente il programma dell’ultimo cd del tenore (registrato durante la quarantena sempre con Helmut Deutsch), “Selige Stunde”.
Il tenore tedesco manda in visibilio il pubblico, attraverso un Liederabend densissimo, dai ritmi serrati e privo di pause che ci prende per mano attraverso i mondi iperuranici delle idee musicali oltre il mero fenomeno; il tenore configura così, in maniera progressiva, paesaggi sonori simbolici ed espressivi non solo con il canto ma con la sua attitudine demiurgica di dare corpo a delle idee musicali che paiono incalzarlo. Proprio a causa del particolare impatto su di noi di questo recital andremo un po’ oltre il resoconto meramente cronachistico della serata e ci soffermeremo a raccontare uno ad uno i brani eseguiti.
Kaufmann esordisce con Der Musensohn di Schubert assecondando con duttilità vocale il ritmo brioso del Lied,contraddistinto da un vagare pieno di hilaritas che viene resa in maniera puntuale, pur conservando un assoluto controllo della zona del centro della voce, dove il Lied insiste sortendo un grande piacere percettivo.
Nel secondo Lied, Adelaide di Beethoven, urge parafrasare Winkelmann perché ci troviamo di fronte ad una “nobile semplicità e quieta grandezza”: la voce di Kaufmann è elegante, pulita, nobile e ha un correlato ideale nella sua postura che rivela un dominio assoluto dello spazio e una totale assenza degli scompensi che spesso ravvisiamo in cantanti in piena carriera. L’Adelaide è raccontata dalla sua voce, dipinta, raffigurata, scolpita nel suono vibrante del suo strumento che risuona in teatro con facilità disarmante.
Kaufmann ha una voce teatralissima e il suo approccio al liederismo è congruente a tale prerogativa: la voce è piena di armonici, ricca, opulenta, vibrante ma nello stesso tempo capace di infinite modulazioni e gradazioni di accenti. Il tenore possiede inoltre un passaggio di registro curatissimo, come dimostra la difficile frase “Adelaide”, che va sul Sol del passaggio di registro, raccolto con giustezza assoluta e squillo proiettivo, a dimostrazione che la voce conserva il suo impianto operistico senza indulgere in manierismi o aperture sbiancanti.
A seguire due dolcissimi Lieder mozartiani: Sehnsucht nach dem Frühling e il celeberrimo Das Veilchen. Il primo è un Lied minuettato in 6/8 che esprime una letizia gentile che diventa nenia e desiderio di primavera. Qui il tenore sembra farci quasi sentire la carezza gentile della brezza e gli effluvi dei fiori conservando un’emissione dolce ma sempre appoggiata e mai falsettata.
In Das Veilchen Kaufmann porta alla luce il senso tragico dei versi di Goethe, ammantati di apparente gaiezza sonora, soprattutto nella frase “Ach nur ach nur”, oppure nella frase seguente “Es sank und starb und freut” dove il tenore esegue il Rallentato e il seguente Stringendo portando nella voce il presagio di morte della violetta.
Nel Lied seguente di Friedrich Silcher su testo di Gottfried Herder, Ännchen von Tharau, il tenore conduce la sua voce in una dinamica in piano che fa davvero sentire la dolcezza della vita coniugale, dell’amore eterno e del bene della scelta definitiva dei due innamorati; con la sua voce sentiamo i trasalimenti del suo cuore per Annetta di Tharau: la frase “Du meine Seele, mein Fleisch und mein Blut”, ad esempio, è resa in maniera poeticamente sognante, così come il finale “Ännchen von Tharau mein Reichtum”.
Il concerto prosegue con Gruss e il bellissimo Auf Flügeln des Gesanges di Mendelssohn. Nell’accoppiata in questione Kaufmann intensifica la sua prodezza dinamica grazie anche al testo di Heine; in Auf Flügeln pare che il tenore, senza apparenti segni di sforzo, ci conduca davvero verso i prati in riva al Gange, facendoci librare sui giardini fioriti o udire lo scorrere calmo del fiume fino all’apice del trasalimento nell’ultima strofa “Dort wollen wir niedersinken”, dove la nostra anima è sospinta verso regni di pace.
Lo straordinario Lied di Schumann, Widmung, si attaglia perfettamente a Kaufmann che libera questa volta la sua carica drammatica, teatrale e sognante chiudendo anche qui con la frase ‘Mein guter Geist, mein besseres ich!’ con un passaggio di registro perfetto. È la volta poi di Es Muss di Liszt in cui ancora una volta il tenore plasma con la sua voce l’idea di un amore eterno nella buona e nella cattiva sorte e crea un’atmosfera morale rarefatta fino a rendere tangibile e icastica l’ultima frase, “Sich nur von Liebe sagen” dove non è una morte drammatica quella suggerita, ma una morte che ha un destino di eternità certificato dalla promessa d’amore.
Nel seguente brano di Grieg, Ich liebe dich, il tenore utilizza ancora modalità vocali nuove, tra il dolce e il risoluto, che concretizzano l’ossessione amorosa ed eterna significata dal Lied in questione.
Nel non consueto Lied di Carl Bohm (riscoperto e suggerito da Helmut Deutsch) Still wie die Nacht, Kaufmann si muove a suo agio nella prima ottava senza affondare e nemmeno ingrossare il suono, preservando così uno squillo nitido e penetrante nella zona media che non presenta alcuna brusca cesura con quella grave; il tenore si lascia poi andare ad una repentina accensione vocale nella ultima strofa struggente “Heiβ wie der Stahl… soll deine Liebe sein” dove sfoga tutta la sua teatralità, a dimostrazione che i Lieder possono e devono essere cantati con la propria voce, senza mistificazioni.
Kaufmann procede con il meraviglioso e purtroppo sconosciuto Selige Stunde di Alexander Zemlinsky. Anche in questo caso non lesina nessuna risorsa a disposizione della sua vocalità. Qui il tenore è compenetrato nei versi bellissimi di Paul Wertheimer in cui si canta il perdersi nell’amato; sentiamo in maniera chiara l’ammainare delle vele della volontà indomita dell’amato che riversa la pena del vivere nel grembo della donna, ed è nel finale “Meine Wünsche… und schlafen” che la voce del tenore ci conduce nell’abbandono tra le amorose braccia materne o forse nel grembo rassicurante di Dio.
È il momento per il tenore di affrontare Richard Strauss con Zueignung, in cui il cantante sa scuotere il pubblico con note acute sul fiato e lucentissime come nel La del finale in corrispondenza della parola “Heilig”.
Kaufmann continua cimentandosi in tre composizioni schubertiane, Die Forelle, Der Jüngling an der Quelle e Wandrers Nachtlied II. In tutte e tre la corda del tenore è ideale per l’afflato schubertiano, la voce si fa racconto in musica totalmente al servizio del senso poetico.
Per Interpretare o usare la voce così come fa Kaufmann non occorrono solo il talento innato e il carisma (di cui il tenore abbonda) ma anche mondi culturali, spirituali, simbolici e di gusto attraverso cui una buona voce e una buona tecnica possono davvero trovare compimento per non cadere nel vizio del tecnicismo asfittico e smunto.
Il climax della serata è raggiunto dal sognante Wiegenlied di Brahms, dove siamo d’incanto cullati da una ninna nanna profonda, accarezzati dalla sua nenia cantilenante e reiterativa. La voce di Kaufmann qui ha una duttilità assoluta, passando da mezze voci sognanti ad accenti vibranti senza soluzione di continuità. Kaufmann opta per una lettura del “Wiegenlied” a nostro giudizio teologica, nel senso che è nella ninna nanna che il bimbo scopre la presenza rassicurante nella assenza. Kaufmann ci ridona uno sfondo trascendente di senso, perché anche se per pochi minuti la musica e la voce salvano l’uomo dall’angoscia.
Nel Lied di Dvořák, Als die alte Mutter mich noch lehrte singen, sembra che il tenore riesca a tratteggiare la lacrima, protagonista di questo Lied incantevole, tanto da sentire davvero solcare il nostro viso. Kaufmann è padrone assoluto dei nostri sentimenti e noi felicemente ci sentiamo in balia di una forza catartica, catalizzatrice, magnetica ma soprattutto poetica. Anche nel seguente branodi Chopin, In mir klingt ein Lied, sentiamo come la voce del tenore voglia provocarci e insinuare in noi la dolcezza della melodia chopiniana quasi come un sortilegio ipnotico che ci trasporta oltre il tempo e lo spazio.
In Nur wer die Sensucht kennt di Čajkovskij la voce del tenore ci dona un’altra pagina splendida grazie al il timbro vocale brunito e caldo, mentre in Mondnacht di Schumann la voce diventa evocativa facendosi luna, cielo, quiete di un cielo notturno pieno di stelle, ed è tutta cantata in una mezza voce timbrata fino al parossismo struggente dei suoi pianissimi in morendo.
Nel famoso Allerseelen di Strauss siamo trasportati nel giorno commemorativo dei morti, ma conservando sempre aspetti di speranza, che si palesa nella frase finale e nella vibrante e risoluta ascesa nel La bemolle in fortissimo in corrispondenza della parola “wieder” (ancora) che guarda caso sembra ratificare la certezza che la morte non è certo l’ultima parola della vita. Magistrale poi l’interpretazione di Verbogenheit e Verschwiegene Liebe di Hugo Wolf, in cuiil tenore restituisce con la sua perizia vocale la grandezza della scruittura Wolfiana.
L’epilogo del concerto è affidato a Ich bin der Welt abhanden gekommen di Mahler, in cui si percepisce il lacerante intimismo della scrittura del compositore pienamente espressa dalla voce che ci fa sentire il mesto riconoscimento del sentirsi soli ed estraniati al mondo. Il pianissimo magistrale dell’ultima frase “In meinem Lieben, in meinem Lied” mostra che l’uomo non ha bisogno del rumore del mondo e nemmeno del suo consenso perché ha in sé tutto quello che occorre. Forse non è un caso che il recital si chiuda con questo Lied,un appello quasi a trovare forza nei nostri cieli, nel nostro amore e nella musica; sembra di sentire l’appello di Sant’Agostino: “In interiore homine habitat veritas”, non cedere allo scoraggiamento (a maggior ragione in questi tempi) quando sembra che il mondo svanisca.
Dopo alcuni bis (tre) rigorosamente liederistici, Kaufmann si congeda cantando Core ‘ngrato di Salvatore Cardillo, appannaggio dei più grandi tenori della storia. Anche qui lascia il suo segno inconfondibile. La canzone napoletana è spogliata di veemenza, di muscolarità, fino a caratterizzarla da una pervasiva melanconia e dolcezza vocale. Kaufmann interpreta magnificamente, sottolineando nella seconda strofa un senso ironico che di solito sfugge ai più, come “O confessore ch’è persona santa m’ha ditto: figlio mio lassala sta” come a dire che quel dolore d’amore in fondo non merita e allora ecco che il Si bemolle finale esplode come deve in conseguenza di un’attestazione di dolore.
Il progetto estetico ed interpretativo del recital di Kaufmann si è avvalso anche dell’apporto di Helmut Deutsch che ha operato miracoli di espressività attingendo sonorità delicate, profonde che non esiteremo a definire metafisiche e oniriche. Il maestro Deutsch che vanta un sodalizio lunghissimo (forse il più lungo della storia) con Kaufmann si è perfettamente inscritto nei piani sotterranei di un pianismo tenero, tutto teso a cedere il passo ai nuclei semantici del testo e allo sforzo esegetico profondo del tenore, senza per questo relegarsi in una posizione marginale, ma anzi divenendo con lui medium elettivo del discorso musicale. Entrambi paiono compenetrati da un preciso ideale vocale e musicale che mette da parte sistematicamente la centralità oppressiva dell’ego.
Alla fine ovazioni, fiori e tripudio di consensi. Un plauso al Teatro alla Scala che ha saputo organizzare un recital di così alto livello artistico tanto più apprezzabile in un momento di così grande difficoltà per la musica e la cultura nel nostro Paese.

La recensione si riferisce alla serata del 22 ottobre 2020.
Giovanni Botta

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