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Milano Teatro alla Scala: Concerti Straordinari. Lombardi-Meli-Kopatchinskaja-Zappa

Mercoledì 8 luglio il Teatro alla Scala ha riaperto le sue porte al pubblico per il secondo dei quattro concerti denominati, in maniera assai icastica, “Concerti per ricominciare”. La prima cosa che diremo è che non si è trattato di uno degli innumerevoli concerti offerti dalla Scala: si ha avuta infatti la vivida impressione di presenziare ad un avvenimento storico a causa della pregnanza profonda dei suoi correlati emotivi e simbolici.

Al netto del clima di stretta sorveglianza, degli opportuni distanziamenti con una platea semivuota, delle mascherine e del ricordo vivo del recente lockdown, serpeggiava nel teatro una sommessa e quasi pudica eccitazione da parte del pubblico, entrato in punta di piedi nei luoghi sacri del Piermarini. Una sorta di grande rito ha portato via, attraverso il vettore musicale, l’inquietudine e la nostalgia perenne dell’uomo verso orizzonti liberatori.

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Il concerto aveva un taglio italiano, a parte l’intermezzo beethoveniano della Sonata n. 9 ‘a Kreutzer’, eseguito dalla violinista Patricia Kopatchinskaja e dal pianista Joonas Ahonen, e da un’aria di Mozart. Il tenore Francesco Meli, il soprano Federica Lombardi e il pianista Giulio Zappa sono stati gli attori di una narrazione musicale densa, ricca di pathos e a tratti commovente, che ha fatto tralucere al di là dell’essenza universale del discorso musicale quello spirito di una nazione, di un popolo che solo Verdi può incaricarsi di connotare in maniera autorevole. Un concerto che progressivamente è assurto a simbolo, divenendo esso stesso una sorta di veicolo di catarsi assoluta in cui poter finalmente elaborare il lutto, il dolore e lo sgomento di fronte al dolore imprevedibile del mondo.

Il tenore Francesco Meli ha esordito con la romanza “Forse la soglia attinse” da Un ballo in Maschera sfoggiando una voce sontuosa, tornita, la cui brunitura e considerevole espansione nel teatro sanno fin da subito stupire. Meli può davvero essere definito da una tautologia: Meli è Meli con la sua cifra caratterizzante unica. La sua voce, seppur talvolta leggermente eterodossa su alcuni punti della tessitura (penso al passaggio di registro o certi piani non molto canonici) è bella, legata, schietta, e ci regala un Riccardo davvero prezioso.

Il giovane soprano Federica Lombardi esordisce con la struggente aria di Medora del Il Corsaro e suscita fin da subito un piacere percettivo ed acustico. Il timbro è di quelli rari, da fuoriclasse, morbido, vellutato, la tecnica saldissima. La voce, mai forzata, si libra in volute sinuose di lirismo soave che fanno davvero bene al cuore. Il soprano, giovane ma già dotato di profonda maturità, talvolta tende a sacrificare una certa espressività comunicativa all’altare dell’abilità tecnica, ma siamo sicuri che non tarderà a migliorare su questo aspetto.

Meli si è cimentato in seguito con l’aria della Luisa Miller, cavallo di battaglia di generazioni di tenori, e lo ha fatto con il suo schietto eroismo baldanzoso e la consueta verve vocale, unendo al suo canto tratti espressivi assai significativi, oltre a dinamiche ed agogiche che ricordavano quelle bergonziane.

È stata volta poi della difficile aria di Donna Anna dal Don Giovanni di Mozart, banco di prova della tenuta tecnica dei soprani, che Federica Lombardi ha risolto con disinvoltura strabiliante e condotta vocale impeccabile, mai cedendo alla tentazione di dare di più

In seguito è arrivato il momento dell’intermezzo beethoveniano con la Sonata in La maggiore op. 47 ‘A Kreutzer’ della celebre violinista moldava Patricia Kopatchinskaja accompagnata al pianoforte dal pianista finlandese Joonas Ahonen. Nostro malgrado, questo intermezzo strumentale aveva qualcosa che disturbava e che strideva fortemente con quel clima instaurato dal programma appena eseguito. La Kopatchinskaja, a piedi scalzi, non si è peritata di dissimulare un’eccentricità che si è riflettuta nella sua esecuzione nevrile, scattosa, slegata, non sempre intonata, priva di forma e visione del tutto. A ciò si è aggiunta la completa mancanza di complicità con il pianista che si è limitato a seguire ciò che era possibile, nessun dialogo interno ma solo un forte ego che recalcitrava a sottomettersi all’idea musicale beethoveniana di cui abbiamo fatto fatica a percepire i contorni e le forme potenti dei contenuti.

A proposito di idea musicale, è degna di menzione la performance del pianista Giulio Zappa, che ha saputo invece piegarsi docilmente al significato profondo del testo musicale, divenendo fin da subito mediatore attento e al contempo interprete sensibilissimo.

Zappa ha seguito i cantanti con maestria grande, respirando con loro, anticipando i gesti vocali con il suo pianismo espressivo e la sua conoscenza profonda dello spartito, maneggiato con autorevolezza e rispetto. Un aiuto prezioso per i cantanti e un attore fondamentale per l’esito felice della serata.

Il concerto è proseguito con “Amor ti vieta” dalla Fedora di Giordano affrontata da Francesco Meli con sapiente uso del fiato, suscitando grande consenso di pubblico, “e Qual fiamma avea nel guardo” da I Pagliacci di Leoncavallo, in cui Federica Lombardi, in un crescendo di sicurezza, ha sfoggiato una linea magnifica di canto. Il concerto si è chiuso con il duetto dell’Otello verdiano, “Già nella notte densa”.

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A nostro giudizio Meli è credibilissimo in questo ruolo verdiano, e senza stare a rivangare la predilezione di Verdi per Giovanni Battista De Negri, meno stentoreo e veemente di Tamagno ma assai prodigo di dinamiche e di lirismi, crediamo che l’interpretazione del tenore genovese si possa annoverare tra quelle dei tenori lirici che giungono all’Otello ponendosi in un solco diverso (come succede anche per il Nemorino donizettiano) ma non per questo meno ricco e a vantaggio della parola scenica verdiana, spesso invece inficiata da un abuso di declamato stentoreo. La Lombardi, da par suo, ha tratteggiato una Desdemona preziosa, prestandole un lirismo trasognato e innamorato piegato ai dettami delle istanze del dettato verdiano: bastano poche frasi per farci innamorare tutti del suo candore, profanato poi dalla gelosia del Moro. Il duetto è stato suggellato da piani di lancinante splendore durante le frasi “Già la Pleiade..”, per poi tracimare nel finale di frase “Venere splende”. I due interpreti hanno fatto un tuffo nel passato, nell’epoca dei grandi interpreti verdiani, virando verso strade vocali poco ascoltate dai contemporanei e restituendo belcantismo a pagine spesso sfigurate da sfoggi di potenza e di virilità monotona, ed è in virtù di questa implicita evocazione dell’antico spirito verdiano che i due solisti sanno essere pienamente moderni. Come disse proprio Verdi (pur non riferendosi all’Otello): ‘Torniamo all’antico e sarà un progresso”.

La serata si è chiusa con un bis verdiano, il duetto “Parigi o cara” nel quale è stata inclusa anche la violinista che purtroppo, in questa occasione, non pareva essere del tutto a suo agio.

Al termine c’è stata un’ovazione commossa e con il cuore gonfio di gratitudine per tutta la ricchezza che la musica dispensa e per la velocità con cui sa cauterizzare le ferite più profonde dell’anima, e per Il Teatro alla Scala che ancora una volta sembra assurgere al Teatro per eccellenza, luogo elettivo e sacro in un mondo che pare averlo dimenticato. Grazie.

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