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In memoria di Peter Schreier, un tenore oltre il tempo

Peter-SchreierPeter Schreier nasce nel 1935 a Meissen nella culla della Sassonia a pochi chilometri dalla sua amata Dresda che invece saluterà il suo ultimo giorno sulla terra il 25 dicembre del 2019. Non è impresa facile ricordare l’intenso e fecondo itinerario biografico del tenore tedesco che debutta giovanissimo nel Fidelio nel 1954 alla Semperoper di Dresda.
La sua carriera internazionale si declina eminentemente nel repertorio di elezione mozartiano, segnando produzioni ineguagliabili in particolare a Vienna e Salisburgo senza contare potenti esecuzioni in Scala (Idomeneo) e Metropolitan (Zauberflote) e in diversi teatri del mondo.
Le opzioni repertoristiche schreieriane si orientano oltre che in Mozart anche e con immenso profitto in quello liederistico e oratoriale (Il suo Bach è una pietra miliare) per poi volgersi ed affiancare alla carriera vocalistica quella direttoriale agli inizi degli anni ottanta segnando anche in tale ambito pagine indimenticabili (Messa in Do minore, Passione secondo Giovanni, Stabat di Dvorak e altro ancora).
Sulla voce di Schreier si potrebbe discorrere a lungo ma qualsivoglia disanima attenta e scevra di pregiudizi non può che riconoscere nel suo tipo vocale un archetipo, un modello esemplare di tenore mozartiano operando una mirabile sintesi estetico-vocale nell’alveo dei suoi predecessori magistrali come Koloman Pataki, Richard Tauber, Anton Dermota e Fritz Wunderlich.
La tecnica superlativa del canto di Schreier lo rende capace di modulazioni finissime, espansioni liriche patetiche e amorose, calde cavate e ricchezza di armonici, omogeneità assoluta dei registri, timbro suadente e in ultimo una superiore genialità vocale. Più che un semplice tenore è un vero attore vocale in grado di compiere il miracolo di una continua trasfigurazione del materiale sonoro complice una musicalità e una competenza musicale incomparabile.

Peter Schreier è il tenore mozartiano per eccellenza, padroneggiando in maniera mirabile la scabrosa tessitura mediocentrale, le ardite e ostiche vocalizzazioni e colorature con dominio assoluto del fiato e delle dinamiche tecnico vocali. Ma è il tenore mozartiano non solo per la sua esclusività ed elezione ma più profondamente perchè incarna una idea, un ideale che lo rende archetipo non di un genere ma di uno stile ( lo stesso discorso può a ben ragione applicarsi per il tenorismo rossininano).
Il tenore mozartiano non è solo quello che risolve la tessitura e vive comodamente in essa ma sa trasmutare con gesto alchemico la scrittura musicale fino a rilevarne la profonda verità immanente, è un attitudine che può divenire universale. Mozart e Rossini sono in questo figure speculari per aver conservato il sangue del senso nel sottosuolo della loro musica al di là dei segni e del grafo musicale, nascosta ai più. Schreier è in grado di intercettare il senso latente e nascosto dedicando a tale scopo una vita professionale intera divenendo il testimone ideale della Verità della musica del salisburghese. Da tale implicazione pregnante della maestria mozartiana del tenore ne discende che tale stile incarnato a ben guardare può lumeggiare in aggiunta anche la profondità del repertorio liederistico e oratoriale in special modo la narrazione di Bach, Schubert e Beethoven corroborando così l’idea che una tipizzazione vocale specifica è una competenza spendibile anche in altre regioni musicali. Siamo orfani di specialismi di portata universale, di una condotta vocale cesellata che sappia lavorare sul dettaglio, sul singolo suono, sulle infinite gamme della voce senza temere la specificità dei generi.

Senza dubbio la circostanza non casuale di essere nato a Meissen fa si che Schreier venga in qualche modo permeato e influenzato dalla bellezza dei suoi paesaggi e della sua porcellana che già a suo tempo furono modelli di ispirazioni di Lessing e Richter. La sua voce sembra infatti disegnare colori, volute porcellanose, miniature e dettagli da artista artigiano. Un tenore la cui vis operativa risente della dedizione di apprendisti ceramisti e della soavità dei suoni del primo carillon in porcellana costruito al mondo proprio a pochi passi dalla sua casa natale il cui suono delicato e sinuoso si situa nella tavolozza coloristica della sua voce. Stesso discorso si può applicare per inciso anche ad un altro cesellatore supremo quale Aureliano Pertile la cui esperienza vicentina di apprendista orafo lo segnerà in modo inequivocabile. Ci mancherà in Schreier il tenore porcellanista, il cesellatore, il vocalista colto e profondo, il miniaturista di stati d’animo universali, il tenore mozartiano, il liederista fine, il valente direttore ma sicuramente ci mancherà il suo stile che divenuto modello si ergerà nei secoli ad imperitura memoria delle giovani generazioni a monito che il canto è vocazione, dolore, sofferenza, studio e anima e non solo triste esibizione e compiacimento del proprio ego.

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